Strada Fontaneto, a Chieri, è diventata il simbolo di una battaglia legale che coinvolge decine di automobilisti e che solleva una domanda: tutte le multe elevate da quell’apparecchio sono davvero legittime?
A dare la misura di quello che sta accadendo è l’avvocato Massimo Ceccanti (come riporta il giornale La Voce) che da tempo si occupa di contestazioni legate a multe e sanzioni stradali. «Solo per Strada Fontaneto – spiega – con i clienti che sto seguendo potrei arrivare ad un centinaio di ricorsi». Quando i numeri sono questi, non si può più parlare di un caso isolato o di qualche automobilista scontento. C’è evidentemente qualcosa che non torna, qualcosa di strutturale che riguarda il dispositivo stesso o le modalità con cui è stato installato e autorizzato.
Il punto, infatti, non è la multa in sé. Le multe esistono da sempre e nessuno si stupisce se un autovelox scatta quando qualcuno supera il limite di velocità. La questione è un’altra, ed è molto più tecnica ma con conseguenze estremamente concrete: quel sistema che fotografa gli automobilisti è perfettamente in regola oppure no? Perché se non lo è, ogni singola sanzione elevata rischia di finire dritta nel cestino del tribunale. E negli ultimi mesi, come vedremo, questo sta succedendo con una frequenza che dovrebbe far riflettere più di qualche amministrazione comunale.
La vicenda di Strada Fontaneto non è fatta solo di ricorsi annunciati. C’è già una sentenza, ed è una sentenza pesante. Il Giudice di Pace di Torino, ha annullato una lunga serie di verbali elevati per eccesso di velocità proprio su quella strada. Nel procedimento, promosso da un automobilista, il tribunale ha esaminato decine di sanzioni e ha rilevato un punto decisivo: l’apparecchiatura utilizzata per rilevare la velocità risultava approvata ma non omologata. Due parole che sembrano sinonimi ma che, nel linguaggio del diritto, indicano procedure completamente diverse. L’omologazione è la certificazione tecnica che garantisce il corretto funzionamento dello strumento. L’approvazione è un passaggio amministrativo che, secondo la giurisprudenza più recente – compresa quella della Cassazione – non può sostituirla.
Durante il processo la Prefettura di Torino si è costituita in giudizio difendendo la legittimità del dispositivo. Nella memoria difensiva si sosteneva che «l’art. 192 del regolamento di esecuzione, nel definire la procedura per l’autorizzazione alla commercializzazione del prodotto, manifesta l’equivalenza dei due termini», e che quindi «una volta approvati, i dispositivi possono essere utilizzati per l’accertamento delle violazioni parimenti a quelli omologati». Una tesi chiara, lineare, ma che il giudice non ha condiviso. Il Giudice di Pace ha accolto il ricorso richiamando una pronuncia della Cassazione che ha chiarito definitivamente la questione: approvazione e omologazione sono procedure diverse per natura e finalità. Senza l’omologazione ministeriale prevista dal Codice della strada, il verbale può essere annullato.
Ma c’è un passaggio della sentenza che rende la vicenda ancora più significativa e che potrebbe avere effetti a catena su tutti i casi simili. Il giudice ha sottolineato che spetta alla pubblica amministrazione dimostrare l’esistenza dell’omologazione dello strumento utilizzato. Non è l’automobilista a dover provare che l’apparecchio non funziona o che la rilevazione è sbagliata. È l’ente che ha emesso la multa – Comune o Prefettura che sia – a dover esibire la documentazione che attesti l’omologazione del dispositivo. Se questa prova non viene fornita, la sanzione semplicemente non regge. Capite bene cosa significa questo principio quando lo si applica a un autovelox che ha generato centinaia, forse migliaia di verbali. Ogni multa contestata diventa un procedimento. E se il primo cade, gli altri rischiano di seguire la stessa sorte.
La sentenza del Giudice di Pace di Torino ha tracciato una linea chiara: non basta affermare che un autovelox è regolare, bisogna dimostrarlo. Per gli automobilisti è un principio di garanzia fondamentale. Perché alla fine, come sempre, sarà un giudice a stabilire chi ha ragione. Ma nel frattempo la domanda resta, ed è una domanda che riguarda tutti noi ogni volta che passiamo davanti a una di quelle colonnine lungo la strada.



