Chieri si prepara a riabbracciare un pezzo della sua storia perduta. Dopo oltre cinquant’anni di assenza, due straordinari reliquiari fiamminghi tornano a essere ammirati dai cittadini e dagli appassionati d’arte, in un evento che ha il sapore della riparazione storica. Una vicenda che intreccia arte, criminalità e giustizia, e che finalmente trova il suo epilogo positivo nella sacrestia del Duomo cittadino.
Domani, sabato 12, la sacrestia del Duomo di Chieri apre le porte a un evento che si preannuncia memorabile per la comunità e per gli amanti dell’arte orafa: la mostra “Il tesoro ritrovato”. Non si tratta di un’esposizione qualunque, ma dell’occasione per ammirare capolavori assoluti dell’arte fiamminga, pezzi di rarità e valore inestimabili che raramente si possono osservare da vicino, tantomeno in un contesto così intimo e carico di significato storico.
L’ingresso sarà libero, con orari pensati per accogliere il maggior numero possibile di visitatori: dalle 10 alle 12 e poi dalle 16 alle 18. Una scelta che testimonia la volontà delle autorità locali e diocesane di rendere questo patrimonio accessibile a tutti, senza barriere economiche che possano scoraggiare la partecipazione popolare a un momento di così alto valore culturale e identitario per la città.
La qualità dell’esposizione, secondo quanto riportato dagli organizzatori, sarebbe paragonabile a quella di mostre allestite in contesti museali di livello ben superiore, quasi da capitale europea. Un dettaglio che sottolinea l’importanza artistica dei manufatti in questione e che dovrebbe spingere non solo i chieresi, ma anche visitatori da tutta la regione, a cogliere questa rara opportunità di contatto diretto con opere di oreficeria sacra di eccezionale fattura.
Al centro dell’attenzione ci sono due manufatti di straordinaria bellezza: il reliquiario di San Giuliano e quello della Madonna col Bambino. Questi oggetti sacri erano scomparsi dal Duomo di Chieri in circostanze drammatiche, durante quello che è passato alla storia locale come il “furto del secolo”, consumatosi nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1973. Un colpo che aveva privato la città di un patrimonio artistico e religioso di inestimabile valore, lasciando una ferita aperta nella memoria collettiva per oltre cinque decenni.
Per tutto questo tempo, i due reliquiari erano stati considerati perduti per sempre, relegati nella categoria dei tesori sottratti che raramente fanno ritorno a casa. Nessuno avrebbe scommesso, dopo così tanti anni, su un lieto fine per questa vicenda. Eppure a maggio è arrivata la notizia che ha sorpreso tutti: i Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale hanno annunciato il ritrovamento e la conseguente riconsegna dei manufatti rubati.
Dietro questo successo investigativo si nasconde un’indagine complessa e articolata, che ha portato gli inquirenti fino in Svizzera, dove è stata individuata una coppia di coniugi in possesso della refurtiva. I dettagli dell’operazione, condotta con la meticolosità tipica di questo reparto specializzato dell’Arma, restituiscono l’immagine di un lavoro investigativo durato anni, capace di attraversare confini nazionali e decenni di tempo pur di restituire alla comunità ciò che le apparteneva di diritto.







