Idanna Abignente è nata nel 1943 a Pino Torinese, in Piemonte, e nella sua vita ha fatto la segretaria di direzione per una multinazionale francese per decenni. Niente di straordinario, almeno in apparenza. Ma quando il figlio le ha presentato un’amica russa, Natali, che stava aprendo una scuola di pole dance, qualcosa si è acceso dentro di lei che non si è più spento. Aveva 71 anni. Per molti sarebbe stato un capriccio passeggero. Per lei è diventata una vocazione.
Il pole dance, per chi non lo conosce, non è lo spettacolo che si immagina: è uno sport che richiede forza muscolare notevole, controllo del corpo, resistenza e coordinazione. Alzarsi da terra con la sola forza delle braccia, mantenere posizioni che sfidano la gravità, eseguire figure acrobatiche con precisione e grazia. Non è roba da tutti, a nessuna età. Figuriamoci a ottantadue anni suonati. Eppure Idanna non solo lo fa, ma lo fa meglio di quasi chiunque altro nella sua categoria.
I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio a interpretazioni romantiche: due titoli di campionessa italiana, due Coppe del Mondo senior di pole dance. Vittorie che non sono arrivate da giovane, quando il corpo è ancora duttile e recupera in fretta, ma in un’età in cui la maggior parte delle persone ha già dimenticato cosa vuol dire sudare per un obiettivo sportivo. «Veramente sto proprio per candidarmi al terzo campionato del mondo, a novembre», dice con una semplicità disarmante, come se stesse parlando di una gita fuori porta.
Quando le chiedono come faccia, Idanna risponde con una sincerità quasi comica: «Non lo so. Forse è genetica». E poi aggiunge, quasi per ridimensionare l’alone di leggenda che si è creato intorno a lei: «Però stamattina devo confessare che ho fatto fatica a occuparmi delle piante in fondo al mio giardino». Eccola, la vera Idanna: campionessa del mondo che fa la spaccata a freddo senza scaldarsi, e che poi magari fa fatica ad arrivare in fondo al suo orto. Un essere umano, prima di tutto, con le sue contraddizioni e la sua quotidianità.
Il corpo, però, presenta il conto anche a lei. La spalla che non va, l’artrosi alla mano, un tendine rotto che non le ha impedito di volare a Budapest per gareggiare comunque. «Se c’è un problema, lo ignoro. Faccio finta», confessa con quella franchezza diretta che è diventata la sua cifra stilistica. Non è incoscienza, è qualcosa di più sottile: la capacità di non lasciarsi definire dai propri limiti, di non permettere al dolore di diventare un’identità. Una filosofia di vita che si potrebbe tranquillamente applicare ben al di là dello sport.
Sui social la seguono quasi 33 mila persone, attratte da video di allenamenti e figure acrobatiche eseguite con una naturalezza che spiazza. È apparsa a Tu sì que vales, ha ricevuto messaggi da Milly Carlucci, e conserva nel cuore le parole che le ha detto Maria De Filippi: «Lei è una grande atleta ma soprattutto una grande testa». Un riconoscimento che va oltre i muscoli e la tecnica, e che tocca qualcosa di più profondo. Perché Idanna non è solo un esempio sportivo: è un promemoria vivente che gli obiettivi non hanno scadenza, e che dopo i cinquant’anni — anzi, dopo gli ottanta — il movimento non è un lusso, ma una necessità. E forse, se siamo fortunati, anche una gioia.








