Il mondo della gastronomia, dell’ambientalismo e della cultura ha perso una delle sue voci più potenti e visionarie. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e instancabile difensore di un sistema alimentare più giusto e sostenibile, ci ha lasciati nella tarda serata di ieri. Con lui se ne va un uomo che ha trasformato un’idea semplice — quella di mangiare bene, con rispetto per la terra e per le persone — in un movimento globale capace di cambiare davvero le cose. “Chi semina utopia, raccoglie realtà”, amava ripetere, e la sua vita intera ne è stata la prova più eloquente.
Carlo Petrini, conosciuto affettuosamente da tutti come Carlin, è nato nel 1949 a Bra, in provincia di Cuneo, e proprio nella sua città natale si è spento, chiudendo un cerchio che aveva il sapore delle cose autentiche. Gastronomo, giornalista, scrittore e attivista, la sua vita è stata un intreccio inestricabile di passioni, idee e battaglie combattute sempre con la stessa arma: la forza delle relazioni umane. Non era un uomo da scrivania, Petrini. Era un uomo da tavola, da campo, da piazza — uno che credeva che i cambiamenti veri si costruissero insieme, con le mani nella terra e il cuore aperto agli altri.
Nel 1986, quasi come atto di resistenza culturale contro l’omologazione del gusto e la corsa frenetica della modernità, fondò Slow Food, un movimento che partiva da un’intuizione apparentemente semplice: il diritto al piacere del cibo buono, pulito e giusto non è un lusso, ma una questione di dignità umana. Da quel piccolo seme piantato a Bra è cresciuto nel tempo qualcosa di straordinario, una rete che oggi abbraccia milioni di persone in tutto il mondo, unendo contadini e cuochi, accademici e consumatori, pescatori e pastori sotto un’unica visione. Una visione che lui stesso ha sempre definito utopica, salvo poi vederla trasformarsi, anno dopo anno, in concreta realtà.
La sua scomparsa lascia un vuoto enorme, ma anche un’eredità che difficilmente si lascia cancellare. Slow Food, nel ricordarlo a poche ore dalla sua morte, ha promesso che “la sua energia, la sua straordinaria empatia, la sua voglia di fare, il suo esempio di vita saranno la forza che guiderà tutti noi”. Parole che suonano come un impegno solenne, non come una semplice dichiarazione di cordoglio. Perché Petrini non era solo il fondatore di un’organizzazione: era l’anima pulsante di una comunità che ora, senza di lui, dovrà trovare il coraggio di camminare con le proprie gambe, portando avanti quella visione che lui ha saputo rendere contagiosa.
Il lascito di Carlo Petrini non si misura soltanto in premi e riconoscimenti, anche se questi non sono mancati. Nel 2013 il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente lo ha nominato co-vincitore del prestigioso premio Champion of the Earth nella categoria “Ispirazione e Azione”, riconoscendo in lui non solo un teorico dell’ecologia ma un uomo capace di ispirare azioni concrete. Nel 2016 è arrivata la nomina come Ambasciatore Speciale della FAO per il programma Fame Zero in Europa, un incarico che rifletteva perfettamente la sua capacità di muoversi tra il locale e il globale, tra il piccolo orto di un contadino piemontese e le grandi sfide alimentari del pianeta.
Tra le sue creazioni più significative c’è sicuramente Terra Madre, la rete mondiale che riunisce comunità del cibo da ogni angolo del pianeta — contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici e consumatori — per promuovere la sovranità alimentare, la biodiversità e un modello di agricoltura davvero sostenibile. Un progetto che nasce dalla stessa filosofia di Slow Food ma la espande in modo radicale, abbracciando culture lontanissime e trovando in esse un filo comune: il rispetto per la terra e per chi la lavora. Petrini aveva capito, prima di molti altri, che la questione del cibo era in realtà la questione di tutto — dell’ambiente, della giustizia sociale, della pace.
La sua capacità di costruire ponti tra mondi diversi era forse il suo dono più raro. Amico personale di Papa Francesco, con cui condivideva una visione profonda di ecologia integrale, fu invitato nel 2019 al Sinodo sull’Amazzonia in Vaticano. Ma aveva rapporti di stima anche con Re Carlo d’Inghilterra e, in patria, sapeva dialogare con persone di orientamenti politici molto diversi — dal suo impegno nel comitato promotore del Pd nel 2007 alle amicizie nel centrodestra, come quella con l’ex presidente della Regione Piemonte Enzo Ghigo. Non perché fosse privo di idee, tutt’altro: ma perché credeva, come ricorda Slow Food, in “fraternità, intelligenza affettiva e austera anarchia”. Un modo tutto suo di stare al mondo, che mancherà moltissimo.




