Quello che doveva essere un giorno cruciale per centinaia di giovani si è trasformato in un incubo burocratico e tecnologico. Al Politecnico di Torino, proprio nei giorni della Biennale Tecnologia — evento che celebra l’innovazione e il progresso scientifico — il sistema informatico ha ceduto nel bel mezzo delle sessioni di ammissione, lasciando a bocca asciutta centinaia di candidati provenienti da tutta Italia e persino dall’estero. Una situazione paradossale, quasi ironica, per un ateneo che dell’eccellenza tecnologica ha fatto il proprio marchio distintivo.
Erano arrivati con le valigie, con i genitori al seguito, con mesi di studio alle spalle e la speranza nel cuore. Ragazzi provenienti da Milano, Roma, e in alcuni casi da paesi lontani come la Turchia, tutti con un unico obiettivo: superare il test di ammissione al Politecnico di Torino e conquistare un posto in uno dei corsi di laurea più ambiti d’Italia. Invece, quella mattina di venerdì, si sono trovati davanti a monitor spenti, schermi bloccati e un silenzio assordante da parte del sistema informatico che avrebbe dovuto ospitare la prova.
Il test in questione non è una semplice formalità: rappresenta uno snodo decisivo per chi vuole accedere ai percorsi a numero chiuso del Politecnico, tra i più richiesti e competitivi del panorama universitario italiano. La prova si svolge nella sede centrale di corso Duca degli Abruzzi, e il punteggio ottenuto determina la posizione in graduatoria, aprendo o chiudendo le porte a ingegneria, architettura e alle altre facoltà d’eccellenza dell’ateneo. Per molti candidati, si tratta dell’esame più importante della loro vita fino a quel momento.
Secondo le prime ricostruzioni, tutto sarebbe iniziato regolarmente, come in qualsiasi altra sessione. Ma nel corso della mattinata qualcosa è andato storto: la piattaforma informatica utilizzata per la somministrazione del test ha improvvisamente smesso di rispondere. Centinaia di ragazzi si sono ritrovati bloccati, impossibilitati a completare — o addirittura ad avviare — l’esame. Fuori dall’aula, genitori e accompagnatori attendevano notizie in uno stato di crescente preoccupazione, mentre all’interno regnava la confusione più totale.
Le ipotesi sulle cause del guasto si sono moltiplicate nel giro di poche ore. Alcuni genitori, visibilmente irritati, hanno parlato apertamente di un possibile attacco hacker, una spiegazione che in tempi di cybersicurezza sempre più fragile non suona poi così inverosimile. Dal canto loro, i vertici del Politecnico hanno preferito mantenersi su una posizione più cauta, riferendosi genericamente a un «problema informatico» senza entrare nei dettagli tecnici. Una comunicazione che, comprensibilmente, non ha fatto altro che alimentare dubbi e frustrazioni tra le famiglie coinvolte.
Nella serata di venerdì è arrivato il comunicato ufficiale dell’ateneo, che ha confermato l’accaduto con queste parole: «Nei test di ammissione in programma venerdì, alcuni non si sono potuti svolgere per problemi sulla piattaforma informatica. Stiamo organizzando le modalità per il recupero del test, che verranno comunicate a studentesse e studenti coinvolti. Ci scusiamo con loro e le loro famiglie per il disagio arrecato». Parole di scuse che, per chi aveva percorso centinaia di chilometri, suonano inevitabilmente insufficienti, almeno nell’immediato.
La vicenda del Politecnico di Torino è uno specchio scomodo di una realtà che riguarda molte istituzioni pubbliche italiane: la dipendenza crescente da sistemi digitali non sempre all’altezza della posta in gioco. Quando si tratta di esami che determinano il futuro di giovani studenti, un “problema informatico” non è mai solo un inconveniente tecnico — è un fallimento nei confronti di chi ha investito tempo, denaro ed energie per realizzare un sogno. Speriamo che il Politecnico sappia trasformare questo episodio in un’opportunità per rafforzare le proprie infrastrutture digitali, perché la tecnologia, come insegnano proprio i corridoi di quell’ateneo, deve essere al servizio delle persone, non un ostacolo per loro.



