Nel maggio del 2026, una storia che sembrava destinata a restare senza lieto fine ha finalmente trovato il suo epilogo. Dopo oltre cinquant’anni di silenzio e indagini mai sopite, due straordinari reliquiari in argento sbalzato del XV secolo sono tornati al Duomo di Chieri, da cui erano stati sottratti in una notte di luglio del 1973. Un recupero che va ben oltre il semplice valore materiale delle opere: è la restituzione di un pezzo di identità collettiva, di memoria religiosa e di patrimonio artistico che apparteneva — e appartiene — a un’intera comunità.
In occasione dei festeggiamenti per i Santi Giuliano e Basilissa, nella suggestiva cornice della Chiesa di Santa Maria della Scala, il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Torino ha ufficialmente restituito al Duomo due opere di inestimabile valore: i reliquiari in argento sbalzato raffiguranti “San Giuliano Martire” (datato 1460) e “Madonna con Bambino” (datato 1492). La cerimonia, carica di emozione, ha visto la presenza delle autorità civili e religiose del territorio, oltre a una folla di fedeli commossi che hanno accolto il ritorno delle opere con un applauso spontaneo.
Le due sculture argentee facevano parte del cosiddetto Tesoro del Duomo di Chieri, un insieme di 34 pezzi di oreficeria sacra di straordinaria fattura, trafugato nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1973 in quello che fu definito all’epoca uno dei furti più audaci e dolorosi ai danni del patrimonio ecclesiastico piemontese. L’intera collezione sparì nel nulla, lasciando un vuoto profondo non soltanto nelle sale del Duomo, ma nel cuore stesso di una comunità che in quei manufatti riconosceva secoli di devozione, storia e arte. Da quel momento, le speranze di rivedere le opere si erano progressivamente affievolite, senza mai spegnersi del tutto.
Cinquantatré anni sono un tempo lunghissimo. Eppure le indagini, coordinate con tenacia e pazienza dal Nucleo TPC di Torino, non si sono mai formalmente chiuse. I carabinieri specializzati nel recupero dei beni culturali hanno continuato a monitorare il mercato antiquario internazionale, a confrontare segnalazioni e a consultare la Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti, uno strumento fondamentale che cataloga migliaia di opere trafugate e consente di identificarle anche a distanza di decenni. È proprio grazie a questo lavoro silenzioso e costante che, quando si è presentata l’occasione decisiva, le autorità erano pronte a coglierla.
A volte sono proprio gli errori dei criminali a fare la differenza. Nel caso dei due reliquiari di Chieri, la svolta è arrivata da una mossa tanto audace quanto ingenua: il tentativo di estorsione via posta elettronica ai danni dell’Arcidiocesi di Torino. Una coppia residente in Svizzera ha contattato le autorità ecclesiastiche chiedendo una somma di denaro in cambio della restituzione delle opere, rivelando implicitamente di essere in possesso — o quanto meno a conoscenza diretta — dei manufatti scomparsi. Un errore madornale, che ha trasformato quello che avrebbe potuto restare un cold case irrisolvibile in un’indagine concreta e urgente.
La segnalazione è arrivata immediatamente alle forze dell’ordine, mettendo in moto una macchina investigativa che ha operato su due fronti contemporaneamente: quello italiano, con la Procura di Torino in prima linea, e quello svizzero, grazie a una collaborazione transfrontaliera tempestiva ed efficace con le autorità elvetiche. La cooperazione giudiziaria internazionale, spesso lenta e farraginosa, in questo caso ha funzionato con una fluidità che ha sorpreso gli stessi investigatori. I due sospettati sono stati identificati, le opere localizzate e il sequestro è stato eseguito nel rispetto delle normative di entrambi i Paesi.
Il rimpatrio dei beni in Italia ha rappresentato l’ultimo atto di un percorso investigativo complesso, ma la conferma definitiva dell’identità delle opere è arrivata proprio attraverso la consultazione della Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti, che conservava le schede tecniche e fotografiche dei reliquiari risalenti al periodo precedente al furto. Nessun dubbio possibile: quei due oggetti in argento, sopravvissuti a oltre mezzo secolo di clandestinità, erano esattamente ciò che la comunità di Chieri aspettava. Il loro ritorno, nel giorno della festa patronale, ha assunto un valore simbolico potentissimo, quasi un segno del destino.




