Home Dintorni Ricerche dei corpi alle Maldive: non è ancora riemerso quello di Muriel

Ricerche dei corpi alle Maldive: non è ancora riemerso quello di Muriel

Le Maldive, paradiso cristallino che ogni anno attira migliaia di appassionati del mare da tutto il mondo, sono diventate teatro di una delle più gravi tragedie subacquee degli ultimi anni. Cinque sub italiani non sono più riemersi dopo un’immersione nelle grotte di Alimathà, un sistema di cavità comunicanti a circa 70 chilometri dalla capitale Malè. Una storia di passione per il mare, di ricerca scientifica e di un destino crudele che ha spezzato vite giovani e meno giovani, lasciando famiglie distrutte e una comunità scientifica sgomenta.

Cinque sub italiani morti nelle grotte maldiviane

Giovedì 14 maggio 2026, nella tarda mattinata, un gruppo di cinque subacquei italiani è sceso nelle acque dell’atollo di Vaavu, a bordo del panfilo Duke of York, per quello che avrebbe dovuto essere un’immersione di studio e esplorazione. Il sistema di grotte di Alimathà, con le sue tre cavità comunicanti che si spingono fino a circa 60 metri di profondità, è un sito conosciuto tra i subacquei esperti, ma non per questo privo di insidie. Nessuno dei cinque è mai risalito in superficie, e quella che era partita come una giornata di ricerca si è trasformata rapidamente in una corsa disperata contro il tempo.

Le vittime hanno nomi e volti che parlano di passione autentica per il mare. C’è Muriel Oddenino, biologa marina di 31 anni originaria di Poirino, in provincia di Torino, il cui corpo non è ancora stato ritrovato. Con lei, Monica Montefalcone, docente di ecologia all’Università di Genova, 51 anni, e la figlia Giorgia Sommacal, 22 anni, alla sua prima esperienza in acque così profonde. A completare il gruppo tragicamente scomparso, gli istruttori subacquei Gianluca Benedetti, 44 anni, di Padova, e Federico Gualtieri, 31 anni, originario di Omegna, in provincia di Verbania. Cinque persone legate dall’amore per il mare, accomunate da un destino che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Le operazioni di recupero, coordinate dalla forza di difesa nazionale delle Maldive insieme alla guardia costiera locale, si sono rivelate fin da subito estremamente complesse. Finora le autorità hanno recuperato soltanto il corpo di Gianluca Benedetti, trovato nella seconda grotta con la bombola d’ossigeno completamente esaurita. Gli altri quattro sub si troverebbero ancora nella terza cavità, a circa 60 metri di profondità, in condizioni di recupero oggettivamente difficilissime. Il peggioramento delle condizioni meteo — raffiche di vento, pioggia battente e forti correnti con allerta gialla — ha costretto le squadre a sospendere le operazioni nella notte tra venerdì e sabato, per poi riprendere nella mattinata di sabato 16. La fondazione medica Dan Europe ha offerto il supporto di una squadra di esperti già operativi in ambienti analoghi, come le grotte subacquee della Thailandia, per agevolare il recupero a quella profondità.

Le cause del disastro: bombole o perdita d’orientamento?

La domanda che tutti si pongono, dalle famiglie delle vittime agli inquirenti, è una sola: cosa è andato storto nelle grotte di Alimathà? Le autorità di Malè hanno avviato immediatamente le verifiche, ascoltando tutti i passeggeri presenti a bordo del Duke of York al momento della tragedia. I testimoni, tra cui il collega Antonio Vanin, hanno riferito che al momento del tuffo il tempo era sereno, il sole splendeva e non vi era alcuna allerta meteo in corso. Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha tenuto a sottolineare che sua moglie era una professionista di straordinaria esperienza, con vent’anni di immersioni alle Maldive alle spalle, e che aveva già mappato personalmente quella specifica grotta in occasioni precedenti.

Le ipotesi sul tavolo degli investigatori sono essenzialmente due, e non si escludono necessariamente a vicenda. La prima punta sulla perdita di orientamento all’interno del labirinto di corallo: la scarsa visibilità o la rottura del cosiddetto filo d’Arianna — il cavo guida usato dai sub in grotta per non perdere la via d’uscita — avrebbe potuto disorientare il gruppo, portandolo a consumare l’ossigeno disponibile senza riuscire a trovare l’uscita. La bombola completamente vuota ritrovata con Benedetti sembra supportare questa ricostruzione. La seconda ipotesi, invece, chiama in causa una possibile contaminazione dell’aria nelle bombole: un’intossicazione da azoto o da monossido di carbonio durante la fase di riempimento avrebbe potuto compromettere le capacità cognitive e fisiche dei sub già durante la discesa.

L’avvocato della famiglia di Federico Gualtieri ha dichiarato pubblicamente che “quello che appare percorribile è che si sia trattato di una problematica con le bombole”, lasciando intendere che la famiglia stia già valutando eventuali responsabilità legate alla fase di preparazione dell’immersione. Anche la procura di Roma ha aperto un fascicolo sulla vicenda, in attesa degli atti e della documentazione ufficiale da parte del consolato italiano. Sul fronte dei permessi, l’Università di Genova ha chiarito che Montefalcone e Oddenino erano autorizzate e finanziate dall’ateneo esclusivamente per attività di snorkeling nell’ambito di un progetto sui coralli e sulle spugne, non per immersioni in profondità, poiché i protocolli interni per le attività subacquee — basati su un nuovo decreto — non sono ancora stati completati. Le immersioni erano invece organizzate a titolo personale dall’azienda Albatros Top Boat di Benedetti, e tra i partecipanti figurava anche Gualtieri, che aveva discusso la sua tesi universitaria proprio sull’atollo Vaavu soltanto pochi mesi prima, a marzo..