Torino custodisce nel cuore del suo skyline uno dei monumenti più amati e riconoscibili della città: la chiesa della Gran Madre di Dio. Affacciata sul Po, con la sua maestosa scalinata e le imponenti colonne neoclassiche, questa chiesa rappresenta da secoli un simbolo identitario per i torinesi. Oggi, grazie a un virtuoso esempio di collaborazione tra pubblico e privato, il monumento sta tornando a splendere come non si vedeva da tempo.
Il restauro esterno della Gran Madre di Dio è uno di quegli interventi capaci di restituire dignità e bellezza a un intero quartiere, se non a un’intera città. I lavori, finanziati grazie alla sponsorizzazione privata della società One, procedono senza oneri per le casse comunali, dimostrando come la sinergia tra istituzioni e mondo imprenditoriale possa dare risultati concreti e tangibili. Un modello che Torino sta imparando a valorizzare sempre di più, in un momento in cui le risorse pubbliche per il patrimonio culturale non sono mai abbastanza.
A esprimere la soddisfazione dell’amministrazione è la vicesindaca Michela Favaro, che non nasconde l’entusiasmo per l’andamento del cantiere: “Si tratta di un bellissimo esempio di collaborazione pubblico-privato: attraverso questa sponsorizzazione, senza oneri per la città, è possibile restituire alla comunità uno dei capolavori e dei simboli di Torino.” Parole che risuonano come un invito a replicare questo schema anche per altri beni culturali della città, spesso in attesa di cure che il bilancio pubblico fatica a garantire.
Il cronoprogramma, al momento, è rispettato alla lettera. La fine dei lavori è prevista per luglio, e tutti i soggetti coinvolti confermano che si sta procedendo nei tempi stabiliti. Non è un dettaglio secondario: nel mondo dei cantieri di restauro, soprattutto quando si tratta di edifici storici con materiali delicati e spesso imprevedibili, rispettare le scadenze è una sfida non da poco. Il fatto che tutto stia filando liscio è già di per sé una buona notizia per i torinesi che ogni giorno passano davanti al cantiere e aspettano con impazienza di rivedere la chiesa nella sua piena bellezza.
L’intervento non si è limitato a una semplice messa in sicurezza della struttura, come potrebbe far pensare la parola “restauro” nell’accezione più tecnica del termine. Come spiega Michele Brunello, progettista di Dontstop Architettura, l’obiettivo era anche quello di “dare una nuova immagine unitaria, rispettosa del passato, alla facciata”. In pratica, si è lavorato per riconsegnare alla chiesa una coerenza visiva complessiva, intervenendo sulla pulitura e il restauro dei materiali lapidei, marmorei, degli stucchi e dell’intonaco, senza dimenticare le due grandi statue che fiancheggiano la scalinata e le colonne che dominano il prospetto principale.
A raccontare la complessità del cantiere dall’interno sono Manuela Ghirardi, direttrice dei lavori e coordinatrice della sicurezza, e Alice Dotti, restauratrice e capo cantiere. La prima sottolinea come il lavoro abbia permesso una conoscenza ravvicinata dei materiali e delle fasi costruttive dell’edificio, un’esperienza preziosa dal punto di vista scientifico e storico. La seconda non nasconde le difficoltà incontrate lungo il percorso: “Si è rivelato essere un restauro complesso, con diverse criticità a seconda dei materiali su cui siamo intervenuti.” La sfida più grande ha riguardato il bassorilievo sul timpano, dove gli intonaci si presentavano gravemente danneggiati, richiedendo un intervento particolarmente delicato e accurato.
Ma il cantiere ha riservato anche qualche sorpresa piacevole. Durante i lavori sul timpano, i restauratori hanno scoperto una piccola gemma nascosta: l’incisione della silhouette di una chiesa, che richiama in qualche modo le forme del Pantheon di Roma. Un dettaglio quasi segreto, probabilmente lasciato dagli artefici originali dell’edificio come una sorta di firma silenziosa, un messaggio nascosto nel tempo. E poi c’è la gioia di vedere i capitelli ritrovare la loro cromia originale, con la lucentezza e il candore dei marmi di Carrara che tornano a dialogare con la luce del cielo torinese. Piccoli miracoli di artigianato e dedizione che, sommati uno all’altro, restituiscono alla città un pezzo della propria anima.
Il restauro della Gran Madre di Dio non è solo un intervento tecnico su pietre e intonaci: è un atto d’amore verso una città e la sua memoria. Quando a luglio i ponteggi verranno rimossi e la facciata tornerà a mostrarsi in tutta la sua eleganza neoclassica, i torinesi avranno davanti a sé non soltanto un edificio restaurato, ma la prova concreta che prendersi cura del patrimonio comune è possibile, anche in tempi difficili. E che la bellezza, quando viene custodita con cura e passione, sa sempre come ripagarci.



